Il Natale di Roma (2)

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Il Natale di Roma (2)

Messaggio Da Cuor Duro il Lun 21 Apr 2008 - 9:47

In altre parole – sia che si parlasse di Enea, come semplice personaggio o come principale protagonista di una particolare saga; sia che si raccontasse di Rhome o Rome, la donna troiana che sarebbe giunta insieme ad Enea sulle coste del Lazio e che, dopo aver sposato il re Latino (a sua volta, figlio di Telemaco, il figlio di Ulisse, e della maga Circe), avrebbe messo al mondo tre figli: Romolo, Remo e Telegono; sia che si facesse riferimento a delle comuni donne troiane, schiave di Achei o compagne di fuga di Enea, che approdano sulle spiagge tirreniche dell’Italia; ecc. – restava il fatto che il dopoguerra di Troia era sempre e comunque presente, come il basilare elemento innescante o scatenante dell’insieme di quelle leggende.

E la conferma, ci viene da una miriade di autori di quel tempo. Tra questi:

- Arctino di Mileto (-VIII° secolo) che per primo – in aggiunta all’opera di Omero – nel suo Ilioupersis (Distruzione di Ilio o Troia), farà riferimento alle temerarie peregrinazioni marittime di Enea, dopo la distruzione della sua città;

- L’Anonimo autore dell’Inno omerico ad Afrodite (fine -VII° secolo) che ci parlerà ugualmente di Enea, dopo l’incendio di Troia;

- Stesicoro di Imera (-632/629 -556/553) che – senza specificare dove l’Eroe troiano sarebbe approdato – si riferirà ad Enea ed ai suoi numerosi viaggi, in cerca di una nuova Patria;

- Ellanico di Lesbo o da Mitilene (-V°/-IV° secolo) che per primo – secondo Dionigi o Dionisio d’Alicarnasso – incomincerà a diffondere l’informazione secondo la quale Enea, dopo il suo movimentato e presupposto peregrinare nel Mediterraneo, sarebbe sbarcato sulle coste del Lazio;

- Callia di Siracusa (-IV /-III secolo) che – come primizia ad altre simili leggende – lascerà intendere che Enea e/o la donna troiana di nome Rhome o Rome che era al suo seguito, sarebbe/sarebbero stati tra i progenitori degli abitanti dell’Urbs;

- Diocles o Diocle di Peparethus o Pepareto (-III° secolo) che per primo – nel contesto di un’altra leggenda sulla Fondazione di Roma – evocherà l’episodio dei due gemelli, Romolo e Remo, che dopo essere scampati alla morte, sarebbero stati amorevolmente allattati da una lupa, sotto ad un fico, alle falde del Palatino;

- Timeos o Timeo di Tauromenio (-358/-262 // -346/-250) che formulerà un primo accoppiamento tra il Mito troiano e quello dell’origine di Roma, attestando, tra l’altro, l'origine troiana dei Penati (Spiriti Protettori di una famiglia e della sua casa) che erano custoditi in un santuario della città di Lavinium/Lavinio (l'odierna Pratica di Mare);

- Appianus o Appiano (-II° secolo) che – sfruttando altre dicerie – metterà in correlazione l’Eroe acheo Diomede (un supersite della Guerra di Troia) e gli scampati troiani di Enea sulle coste italiche, nel contesto della città di Lavinum/Lavinio, la cui fondazione è semplicemente attribuita a Diomede invece che ad Enea;

- Eratosthenès o Eratostene di Cirene (-276/-194) che – a partire dalla leggenda di un Enea fondatore della città di Lavinium/Lavinio – combinerà invece quel mito con quello di Romolo e Remo e si impiegherà ad ideare la successiva dinastia regale di Albalonga;

- Gneus Nevius o Gneo Nevio (-275/-201) che – nel contesto di una sua soggettiva interpretazione del medesimo Mito della Fondazione di Roma – collegherà direttamente la caduta di Troia con il Mito dell’arrivo di Enea nel Lazio, favorendo la credibilità della sua figura, come possibile iniziatrice della stirpe romana;

- Quintus Ennius o Quinto Ennio (-239/-169) che – in un frammento del Libro I° dei suoi Annales – parlerà di Ilia, figlia di Enea e di una sua sposa latina, come concepibile progenitrice, con il concorso di Marte, dei gemelli Romolo e Remo:

- Marcus Porcio Cato o Marco Porcio Catone (-234/-149) che – nella sua personale interpretazione della mitologia romana – incomincerà a rendere plausibile la leggenda della Fondazione di Roma, in correlazione con il Mito troiano, così come, più tardi, ci verrà presentato da Virglio, nell’Eneide;

- Titus Livius o Tito Livio (-59/17), in fine, che – nel suo Ab Urbe condita libri I (Libri dalla fondazione di Roma – libro I°) – seguendo le orme di Catone il Censore, tenterà di storicizzare il Mito della venuta di Enea nel Lazio, facendo apparire il suo ruolo, come quello di un possibili o ammissibile antesignano del lignaggio romano.

Certo, ci sarebbero altri autori da citare, ma fermiamoci qui.

Accontentiamoci, per il momento – per quanto riguarda il Mito fondatore della Città per eccellenza – di continuare ad onorare il poeta Publius Vergilius Maro o Virgilio per la geniale ed appassionante sintesi che seppe operare, nel suo tempo, all’interno del suddetto groviglio di miti e di leggende, limitandosi semplicemente ad escogitare ed aggiungere la particolare novità del passionale e tragico episodio di Enea e Didone, a Cartagine.

L’Archeologia e la Storia

Oltre la Mitologia, che cosa hanno da dirci l’Archeologia e la Storia, a proposito della Fondazione di Roma?

Nella regione che più tardi sarà occupata dalla futura popolazione romana, gli insediamenti umani sembrano risalire alla notte dei tempi.

Come precisa il sito http://www.romecity.it/Storiadiroma.htm, “le prime tracce di vita umana nel territorio risalgono a circa 650.000 anni fa, mentre a circa 250.000 anni risalgono tracce consistenti concentrate a Ovest, a venti chilometri sulla Via Aurelia, nella zona dove allora scorreva il Tevere”.

Tra l’anno -1500 ed il -1000, all’interno del medesimo territorio, erano insediati – come ci confermano alcuni reperti di ceramica recentemente portati alla luce nel Foro Boario – degli abitanti che potremmo classificare come appartenenti alla ‘Civiltà Appenninica’.

Tra il -900 ed il -801, come ci viene confermato dal ritrovamento di alcuni residui di capanne sul Palatino circondate da un terrapieno, il medesimo spazio geografico era occupato da una popolazione proto-storica che potremmo definire ‘Villanoviana’. Per la maggior parte, di origine Etrusca.

Quel gruppo umano, però, sarà ben presto integrato da due etnie di origine Indoeuropea. In particolare, quella dei Latini che provenivano dalla Valle del fiume Sacco (la cosiddetta Vallis Lata, da cui il nome Latini) che discende dai monti Ernici ed Albani, e quella dei Sabini che erano insediati al Nord-Est del futuro territorio della Roma quadrata, tra l'alto Tevere, il fiume Nera e l'Appennino marchigiano.

I primi territori ad essere occupati – sempre nel contesto della futura regione romana – saranno il Palatino, seguito, a breve, da altri insediamenti sull'Esquilino e sul Quirinale.

All’interno della medesima area geografica, insomma, si erano ritrovate a coesistere tre tipi di popolazione: quella Etrusca (che era stanziata, per lo più – oltre che sul litorale tirreno – sulla riva destra del Tevere ed era dedita, in maggioranza, al commercio), quella Latina (che era insediata sulla riva sinistra del Tevere e consacrata principalmente alla pastorizia), quella Sabina che era essenzialmente acquartierata al Nord-Est degli attuali colli del Quirinale, del Viminale e dell’Esquilino, con particolare predisposizione per l’agricoltura. Con un punto di incontro obbligato: il guado che esisteva a valle dell’Isola Tiberina e dove, più tardi, sarà edificato il più antico ponte di Roma, il Ponte Sublicio.

A partire dal IX°/VIII° secolo – sempre nella medesima regione – inizierà un vero e proprio processo di unificazione/fusione delle popolazioni e delle culture che erano presenti su quel territorio. Processo che si concluderà – molto probabilmente verso la metà dell’VIII° secolo – con la costituzione di un concreto e rimarchevole agglomerato urbano: quello che la leggenda – ufficialmente veicolata nel loro tempo, in termini molto più mitologici, da Terenzio Varrone e da Virgilio – ci aveva già proposto con il nome di Roma reale.

Il successivo incontro/scontro con le Civiltà italica, greca, cartaginese e celtica aggiungeranno dei corroboranti “enzimi” al già fremente ed esuberante “lievito” della società romana di allora.

Conosciamo le tappe che portarono la Roma primitiva, a trasformarsi, dapprima, in Roma repubblicana ed, in seguito, in Roma Imperiale. Conosciamo ugualmente il lungo cammino che Roma intraprese fino alla sua massima estensione territoriale: dall’Armenia al Vallo d’Adriano in Inghilterra, dai confini dell’attuale Mauritania all’attuale Egitto-Sudan, dall’Arabia Felix all’antica Tracia, dalla Mesopotamia al Mar Nero, al Mar d’Azov, ecc.

La profezia raccontata da Virgilio, nell’Eneide (libro I°, 287-288), si era avverata: His ego nec metas rerum nec tempora pono, Imperium sine fine dedi (a costoro non limite di spazio io metterò, non limite di tempo, l’Impero che lor diedi è senza fine).

Poi, conosciamo parimenti il resto della sua Storia.

Conosciamo, in particolare, le prime avvisaglie del suo futuro ed inevitabile decadimento, come – ad esempio – l’annientamento delle Legioni (la XVIIª, la XVIIIª e la XIXª, nonché 6 coorti di fanti e 3 ali cavalleria ausiliaria) di Quintilio Varo nella selva di Teutoburgo, nell’anno 9, ad opera di un’agguerrita coalizione di tribù germaniche guidate da Arminio, il capo indiscusso dei Cheruschi. Conosciamo altresì, più tardi, le disfatte militari contro i Parti (II°/III° secolo) ed, in conclusione, le irresistibili e successive invasioni barbariche e la fine: la deposizione dell’ultimo Imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo, nel 476 della nostra era.

La Stirpe Romana, con il suo Impero d’Occidente, aveva regnato sul Mondo allora conosciuto, la bazzecola di all’incirca 1229 anni. Mentre con il suo Impero d’Oriente, continuerà a prolungare la sua potenza, per ancora 977 anni. In tutto, insomma, la “breve” parentesi di all’incirca 2206 anni!

Reminescenze storiche
Quattordici secoli, purtroppo, dovranno trascorrere dal 476 della nostra era, prima di rivedere risorgere dal nulla e circolare di nuovo per le strade e le piazze d’Italia, le Insegne di Roma immortale. Ed ancora 17 anni aggiuntivi, per vedere ugualmente riapparire le glorie dell’Impero, sui 7 Colli fatali.

Il Fascismo, infatti, memore della Storia Patria, nella sua quotidiana e spontanea esaltazione dei valori romani, non dimenticò nemmeno la convenzionale data del 21 Aprile.

Infatti, già qualche mese dopo il suo insediamento al potere (31 Ottobre 1922), il 23 Gennaio 1923, istituì la sua Festa del Lavoro, che incominciò ad essere regolarmente celebrata, appunto, il giorno del Natale di Roma (il 21 Aprile) di ogni anno.

Il resto, è semplice cronaca :

Il 21 Aprile 1925, avvenne la presentazione, a Bologna, del Manifesto degli intellettuali fascisti, da parte del filosofo Giovanni Gentile.

Il 21 Aprile 1927 – Gazzetta Ufficiale del 30.04.1927, n. 100 – venne promulgata la Carta Nazionale del Lavoro; per la prima volta nella storia dell’Umanità, il celebre apologo (delle membra e dello stomaco…) di Menenio Agrippa (-V secolo) sulla giustizia sociale, trovava la sua attuazione pratica nell’Italia di Mussolini ; in altri termini, la Carta in questione fu la prima codificazione del mondo, a proposito dei diritti e dei doveri tra capitale e lavoro; senza contare l’enunciazione e l’enumerazione dei principi basilari sulla tutela dei diritti dei lavoratori (diritto alle ferie annuali pagate, diritto alla liquidazione o all’indennizzo di fine rapporto lavorativo, diritto al pagamento del lavoro straordinario, protezione giuridica gratuita nelle controversie con i datori di lavoro, ecc.).

Il 21 Aprile 1932, veniva inaugurata la Stazione radio di Firenze I .

Il 21 Aprile 1934, veniva inaugurata la nuova città di Sabaudia, nell’Agro pontino bonificato.

21 Aprile, nel 1935, sarà il nome che porterà orgogliosa una delle più conosciute ed agguerrite Divisioni di Camicie Nere in Africa Orientale, comandata dal Generale di Divisione Giacomo Appiotti.

Il 21 Aprile del 1942, verrà messo in vigore il nuovo Codice Civile Italiano che segnerà l'unificazione del diritto privato.

Potrei continuare…

Ma poniamoci questa domanda: tutto ciò, fu semplicemente un caso ?

Sappiamo che non lo fu.

Oggi, ricordando il significato ed il senso del Natale di Roma, tendiamo a tramandare e proiettare verso l’avvenire la medesima speranza, la medesima attesa che fu remotamente e recentemente ambita dai nostri avi: quella dell’indispensabile realizzazione di un'Europa Unita e di una Patria comune per tutti i figli di questo nostro calpestato Continente. E questo: da Gibilterra agli Urali e dalle tormentate e spumose scogliere di Thulè ai lontani Dardanelli!

Quel nostro sogno comune, ho spesso tendenza a paragonarlo al naturale e maestoso volo di un'aquila. Un'aquila, a cui, però, ogni volta, per impedirle di librarsi nei cieli, vengono puntualmente e criminalmente tarpate le ali!

Quell'aquila che già fu di Roma, da 64 anni ormai, continua a mordere il “freno” impaziente.

Essa, a mio avviso, non aspetta altro che la rude e vivificante brezza mattutina delle nostre ritrovate coscienze di uomini liberi e fieri, ed i primi sprazzi annunciatori dell'immancabile e radioso risveglio del nostro ancora morfinizzato Popolo-Nazione, per ritornare a volare…

Per ritornare, cioè, ancora una volta, a volteggiare e dominare libera, incontrastata e rispettata, su quegli immensi ed incoercibili Limes che nessuno può eternamente sperare di continuare a confiscarci, nell'illusoria e mendace speranza che si possa un giorno dimenticare, sia la nostra Storia che la nostra unica, originale e trimillenaria Civiltà.

Alberto B. Mariantoni

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